È arrivata con mamma, papà e marito al seguito. È stata premiata e s´è commossa. Senza tanti complimenti ha esclamato: «Sono romana al 100%, la mia città è nel mio dna». Difficile credere che sia proprio lei la zarina di Gucci, miss due miliardi di fatturato l´anno, fra le 50 manager più influenti al mondo. Ieri Frida Giannini – nata nel ‘72 al Gianicolo, liceo classico a Monteverde Vecchio, gavetta negli show room del centro – ha ricevuto la targa come eccellenza del made in Italy. «E dire che, fino a qualche anno fa, qua sotto ci passavo tutti i giorni in motorino per andare in Accademia», si emoziona il potente direttore creativo della maison fiorentina.

Come si diventa il successore di Tom Ford?

«Mamma prof d´arte, papà architetto, il disegno nel destino. La passione della vita: ho tenuto la matita in mano sin da piccola, già alle medie facevo ritratti a compagni e amici. Ho sempre pensato che se fosse andata male sarei finita a fare la madonnara su qualche marciapiede o la pittrice a Piazza Navona».

Perciò ha deciso di frequentare l´Accademia di Costume e Moda?

«Sì, ma su insistenza dei miei mi sono iscritta anche ad Architettura. Loro erano un po´ scettici: sono corsi parauniversitari, hanno pochi sbocchi. Così siamo arrivati a un compromesso. “Il primo anno fai l´accademia ad altissimi livelli, 30 e 30 e lode, poi decidiamo”. E io l´ho fatta bene».

E poi?

«Ho iniziato a fare concorsi. Poi piccoli stage e lavoretti. Ricordo uno show room al Pantheon, dove c´era una signora che voleva fare vestiti su misura per le sue clienti. O un negozio molto famoso in via Borgognona, Licia Rosas, frequentato dall´aristocrazia, che realizzava abiti per le debuttanti e mi pagava 120 mila lire a disegno, una fortuna».

Quindi Fendi: dall´abbigliamento è passata alle borse, perché?

«Nell´abbigliamento ero l´assistente dell´assistente. Nella pelletteria s´era liberato un posto: non l´avevo mai fatto, Ho passato sabati, domeniche e notti intere a disegnare borse; la prima fu un disastro».

Quattro anni di successi, finché non arrivò la chiamata di Gucci…

«Sul cellulare, da Londra. Il mio inglese era terribile: feci una fatica a parlare con loro! Perciò consiglio ai giovani: per prima cosa, imparate le lingue».

Ma com´è che Tom Ford s´è accorto di lei?

«Lui racconta che le sue amiche indossavano sempre borse di Fendi, e questo gli dava molto fastidio. Così un giorno ha detto: sapete che faccio? Prendo quella che disegna Fendi».

In cosa si sente romana?

«In tutto: ho reazioni istintive, mi piace non programmare troppo l´esistenza, avere la possibilità di cambiare rotta, collaboratori, persone. Di Roma mi porto addosso la luce, il suo ottimismo, l´estemporaneità».

Quali sono i suoli luoghi del cuore?

«Il Gianicolo, dove sono nata; poi l´Aventino, piazza Campitelli, il Ghetto, San Giorgio al Velabro. Sono vissuta qui, per me ogni luogo rappresenta qualcosa».

Dice che ama la pasta, eppure non si direbbe…

«E pensare che quando avevo 18 anni pesavo 43 chili. È una questione di costituzione, ma anche di età. A 18 anni è facile essere esilissime, a 30 si cambia: penso a top come Naomi o Linda Evangelista. Guardatele adesso e com´erano 20 anni fa».

Il suo ristorante preferito?

«Una trattoria a Porta Portese, “Il cordaro”: piatti romani e, da giugno, giardino aperto con i gatti tra i tavoli e la vite sui muri».

Cosa le manca di Roma?

«Il fatto di vivere in strada: tu cammini, magari vai a prendere l´aperitivo a Campo de´ Fiori, incontri qualcuno, decidi di andare a cena, poi a bere qualcosa, in modo estemporaneo, allegro, come se fossi in vacanza. Non l´ho trovato in nessun´altra città al mondo».

A cosa ha dovuto rinunciare andando via di qui?

«Al cavallo. Per anni sono andata al galoppatoio di Villa Borghese. Ma ora lavoro troppo».

(di Giovanna Vitale per L’Espresso)