La malattia del leader? L’attacco di panico. Le responsabilità, la necessità di tenere tutto sotto controllo, l’essere costantemente sotto osservazione: tutto questo porta manager, professionisti e imprenditori a essere i soggetti più colpiti dagli attacchi di panico. Più di casalinghe, impiegati e operai. In un caso su tre infatti la crisi arriva in ufficio, causando vergogna, insicurezza e incapacità di prendere anche le più semplici decisioni.
L’allarme emerge da uno studio realizzato da Riza Psicosomatica, in edicola in questi giorni, condotto su circa 1.000 italiani, maschi e femmine, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, che soffrono o hanno sofferto di attacchi di panico. Il primo dato che ne emerge è che quello che fino a pochi anni fa era considerato un disagio esclusivamente femminile, adesso il panico non solo colpisce sempre di più anche i maschi (36%), ma che a soffrirne sempre più spesso sono i leader e chi detiene responsabilità di comando: quasi un caso su due (44%).

I più colpiti sono proprio i manager o i quadri dirigenti (24%, in pratica un caso su quattro), come del resto gli imprenditori e liberi professionisti (20%), ma il panico da scrivania non risparmia neanche gli impiegati (22%). Molto più che gli studenti (16%), le casalinghe e gli operai (8%). Il motivo? La prima causa degli attacchi sarebbe da ricercarsi tra le pareti dell’ufficio. Basti pensare che per un intervistato su quattro ha cominciato a soffrire di crisi di panico proprio quando ha iniziato a lavorare (26%), mentre soltanto 14% fa risalire la «prima volta» alla fine di una storia d’amore, o magari alla nascita di un figlio (8%).

In un caso su un caso su tre (31%) infatti, il panico arriva proprio in ufficio: quando ci si sente sotto osservazione (29%), e ci si deve ostrare all’altezza delle aspettative e tenere tutto sotto controllo. Insomma, iù si comanda più si va in panico, con conseguenze spesso disastrose. Otto ntervistati su dieci (77%) confessano che questo disagio influenza più o meno esantemente tutte le scelte della loro vita quotidiana.

La reazione più frequente? La vergogna (28%) e la paura di sser scoperti, da cui segue la necessità di fingere che tutto vada bene stentando sicurezza (24%). Pochissimi ammettono la propria debolezza e affrontano il problema parlandone magari con amici o parenti (7%) o magari con uno specialista (5%). Meno che mai con i colleghi, con i quali si deve fare rigorosamente finta di niente. Insomma, meglio perdere il lavoro che la faccia. (Quotidiano.net)