L’antropologia e l’etnologia sono discipline da riscoprire per attivare meccanismi di formazione comportamentale orientati alla self-efficacy.
Lapponi, nativi americani, aborigeni, boscimani, inuit: sono 300 milioni le persone che appartengono ai cosiddetti popoli indigeni della terra. Sono popoli la cui esistenza per millenni è stata legata alla Madre Terra. Non conoscono l’ecologia, ne sono semplicemente parte.
Non producono e consumano, ma “raccolgono”. Oggi la vita di molti di loro è cambiata. Gli esquimesi cacciano in sella a motoslitte e i Navajos si stanno trasformando in potenti uomini d’affari. Ma questo non conta. La loro cultura è la loro anima ed è forte, non invulnerabile, ma viva. Ciò che chiedono, tutti a gran voce, è di sopravvivere. Sull’altro piatto della bilancia la civiltà capitalistica che spinge queste culture in un angolo con la forza di un bulldozer. Se sono risultati nel passato esseri “strani” forse si sono salvati. In fondo tutti noi siamo curiosi e sapere che c’è qualcuno “strano” conferma la nostra rassicurante normalità. Se invece qualcuno è riuscito a dimostrare la loro inferiorità o addirittura li ha inquadrati come ostacolo a qualche presunto progresso, la loro esistenza è stata fortemente minacciata dalle persecuzioni.
La fede è viva in questi popoli. Anche se il cristianesimo si è sostituito alle religioni originarie, queste persone danno un grande peso alla Fede intesa come connessione con mondi soprannaturali. Le origini della loro spiritualità sono sciamaniche, dalla parola tungusa saman cioè saggio. La figura dello sciamano nasce nelle società primitive con lo scopo di risolvere le questioni riguardanti la problematica di base per la sopravvivenza di qualsiasi società. Come un prete lo sciamano riceve una chiamata. Il suo potere nasce dalla sua capacità di connettersi con altre dimensioni per scopi benefici nei confronti della loro comunità. Lo sciamano lo fa inducendosi ad uno stato di trance inaccettabile dalla nostra società contemporanea che ambisce al controllo generalizzato, delle cose, delle persone, delle idee. Il controllo significa sicurezza, la codificazione, ormai pregiudizio, significa apprendimento rapido. Ed è vero che il movimento New Age si è di recente ecletticamente appropriato di idee prese dallo sciamanesimo come anche di credenze e pratiche di religioni orientali e di una gran varietà di culture indigene.
Non è però trascurabile il valore che questa profonda diversità culturale possa donare alla nostra sgangherata società dei consumi. Queste persone hanno una labile, ma interessante connessione con il nostro passato neuro-psicologico. Sono ancora connesse ad ere lontane, nelle quali la lotta per la sopravvivenza implicava violenza ed aggressività, ma anche un senso unico della comunità e del rispetto per le risorse. Per esempio i Sami, la popolazione nordica che si divide tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, potrebbe essere in quelle aspre terre fin dall’era glaciale. Il relativo isolamento sociale e culturale, per scelta o necessità, ha portato queste persone a manifestare ancora alcune caratteristiche del nostro essere Homo Sapiens; l’uomo moderno queste attitudini le ha perdute e sostituite con altre.
I popoli indigeni hanno insolite capacità di ascolto non solo delle persone, ma anche della natura in genere. I loro sensi sono ancora stimolati da manifestazioni naturali che a noi sfuggono, hanno un senso della proprietà e della comunità meramente strumentale orientato alla sopravvivenza e non legato alla logica del possesso e del ruolo. In poche parole, mentre parlo con uno di loro, lui in parte ragiona con la sensibilità tutta emozionale di un uomo dell’età del rame anche se guida una scassata Volkswagen e si veste con abiti di taglio occidentale. Questo confronto è magnifico. È una meravigliosa opportunità di riscoprire parte delle nostre origini e trovare maggiore chiarezza e motivazioni per fare di questo mondo nuovamente la nostra culla civile, la nostra Madre Terra. Credo che ognuno di noi abbia il dovere di sapere sempre da dove viene e non aver paura di andare lontano. Mi chiedo se il nostro crescere in questa società veloce ed arrogante, non ci abbia fatto perdere alcune capacità ricettive non solo sensoriali, ma anche in termini di ascolto ed interesse nei confronti dei nostri simili; se affidiamo a questa ipotesi la nostra opportunità di ripartire e crescere come civiltà, dobbiamo essere pronti a ricevere intimamente una chiamata dal passato, in particolare proveniente a livello psichico da un recesso oscuro della nostra mente nella quale sono ancora visibili i valori basici esternati dai primitivi nelle pitture rupestri. Questa è l’iniziazione degli sciamani del nostro secolo, i quali ricevono la “chiamata” magari in un momento difficile della propria vita, un dramma, uno sconvolgimento, una situazione che può minare seriamente le proprie stabilità ed integrità fisica e psichica. Per l’uomo moderno non accettare questo “istinct” potrebbe essere un’occasione mancata, ma anche la fine di qualunque speranza di crescere come testimone di civiltà. Leonardo Frontani