Un giocatore di rugby che si prepara alla partita seduto sulla panchina dello spogliatoio, e un top manager in pantaloncini e t-shirt dopo mesi di lavoro da ‘16 ore al giorno’ che gli sta seduto accanto. Difficile pensare che possano avere qualcosa in comune. Eppure hanno tanto di simile, al di sopra di ogni sospetto, tranne certamente il fisico. Sono due entità inserite in una squadra che devono far funzionare, pena obiettivo non raggiunto, pena, d’altra parte, partita persa.  Insomma, il rugby letto a buon diritto come metafora del management. Lo sport di squadra per eccellenza, nel quale ‘come’ si arriva a meta è importante tanto quanto, se non di più, della meta stessa, dove l’arbitro è sacro e dove non si insulta il compagno né tanto meno l’avversario, ha regole che si possono tradurre e ricodificare per un ambiente di lavoro ad alto grado di tensione e di potere decisionale.  

I primi a ‘mettere in campo’ giocatori e capitani d’impresa sono stati gli stessi manager della squadra di rugby Arix Viadana (www.rugbyviadana.it ), alle porte di Mantova. Il Club accoglie circa 30/40 volte all’anno gruppi di manager da tutta Italia e li mette alla prova direttamente sul campo da gioco. È il primo team in Italia ad avere tentato un esperimento del genere, fino a costruire attorno al club una vera e propria scuola, organizzata con uno staff di docenti, materiale didattico, un corso che ha accolto, tra gli altri, i manager di Poste Italiane e ‘Sole24Ore’. Si chiama ‘Performanager’: pacchetti che vanno da uno a tre giorni, dove il manager si ’sveste di abito e cravatta, e si mette in gioco in un ruolo che solo apparentemente è molto distante da lui.  

«Tra manager e giocatori – racconta Antonio Pagano, responsabile marketing e comunicazione della squadra, un passato come manager in azienda – si instaura subito un rapporto molto bello e aperto. Il giocatore di rugby è semplice, socievole, disposto a parlare e a raccontarsi».  Il primo appuntamento degli aspiranti ‘rugbysti per un giorno’ è rappresentato dal question time. I manager pongono domande allo staff, composto dall’allenatore ufficiale della squadra, ai giocatori, a manager del rugby e a psicologi del lavoro. Segue il pranzo: i giocatori sanno che quando ricevono il gruppo di manager devono lasciare qualche sedia libera tra loro. Qui si inseriscono i colletti bianchi e il momento ludico e conviviale aiuta a sciogliere tensioni e riserve. Tappa successiva, lo spogliatoio, dove il manager si sveste di abito e cravatta. Un gesto anche ideale, che simboleggia appunto lo svestirsi del proprio ruolo e, infine, il gioco, in assoluta sicurezza, sul campo, dove si apprendono le regole e soprattutto si praticano, per interiorizzarle quasi istintivamente prima ancora che con la testa.  

Ma quali sono i codici di comportamento condivisibili tra i due mondi? «Il Rugby – spiega Pagano – è uno sport di conquista, assurdo da un punto di vista logico. Si deve ‘andare a metà lanciando la palla all’indietro, ai compagni di squadra. E per fare questo è necessario che tra i giocatori ci sia una fortissima capacità di comunicazione».  Ecco il primo calzante parallelismo. Il manager è inserito in un medesimo contesto di squadra, dove ciascuno dei componenti deve adire a uno scopo preciso, deve collaborare, sostenere i compagni e soprattutto comunicare. Altro elemento fondamentale è rappresentato da alcune regole etiche e di comportamento: i problemi si risolvono nello spogliatoio. Vale a dire che ‘i panni sporchi si lavano in casa’. Non sono ammesse repliche alle decisioni dell’arbitro, che nel rugby è rispettato quasi in maniera reverenziale. Con lui ha diritto di parlare il solo capitano e solo in un determinato modo. Tutti lo rispettano e rispettano il suo ruolo super partes. Giusta o sbagliata la sua decisione va rispettata. Punto. Nessuna replica è ammessa. Né dentro il campo, né fuori. E così dovrebbe essere in azienda, per chi si trova a dover gestire determinate dinamiche. Deve essere rispettato nel suo momento decisionale puro.

«Negli spogliatoi dell’Arix Viadana – racconta Pagano – l’allenatore ha affisso cartelli che riportano scritte che devono entrare nella testa e nelle viscere dei giocatori: le parole e le regole della squadra, cioè orgoglio, rispetto dell’avversario, rispetto delle regole, obiettivo è il gioco. Manifesti che seguono la squadra anche in trasferta e che rappresentano i valori fondamentali.

Altro elemento che caratterizza unicamente il rugby è il cosiddetto ‘terzo tempo’. Tecnicamente non esiste ed è simile alla 19esima buca del Golf, quando, a fine partita, i giocatori si trovano nella club house per un aperitivo tutti insieme. Anche nel rugby il terzo tempo viene giocato nella club house. Qui insieme, a cena, si ritrovano le due squadre e gli arbitri. L’obiettivo è sdrammatizzare l’agonismo, ’scaricare a terra le tensioni, le problematiche del match. Alle cene partecipano addirittura anche i tifosi ed è una pratica a livello internazionale. Non è un passatempo, chiarisce Pagano, ma un modo per fare capire che il gioco, la vittorie, sono importanti, ma che nella vita c’è altro. Il match viene dunque ricontestualizzato, per non perdere di vista il senso delle cose e della vita. Ecco perciò che il rugby è uno sport che insegna una disciplina e autodisciplina ferrea, ma anche la solidarietà e il senso di appartenenza, di amicizia, il valore della comunicazione. Chiarisce il senso di questo sport il fatto che nel rugby non si gioca ‘contro l’avversario, ma ‘con’ l’avversario. (Quotidiano.net)