Non solo managers, ma anche formatori, politici, giornalisti e personale scientifico, dovrebbero sentirsi naturalmente portati ad un training specifico per imparare a parlare “al” pubblico. Troppo spesso le persone che sono chiamate a comunicare, lo fanno convinte che sia qualcosa che viene naturalmente come camminare. Purtroppo l’efficacia nella ricerca del consenso dipende dall’esercizio del public speaking come arte e come scienza.
Per esempio uno dei problemi principali è l’attitudine alla sintesi. È lo scarso tempo a disposizione a obbligare alcuni relatori a condensare troppi argomenti, perdendo velocemente il controllo dell’aula. Di solito in un congresso si hanno 15 minuti per un o speech, tenendo conto anche che vi possono essere eventuali domande. Bisogna far sì che il messaggio principale – non tutti i dettagli – arrivi all’uditorio.
Occorre calibrare bene la presentazione, senza esagerare. Questo si può imparare. Negli oratori apprezzo prevalentemente la chiarezza, la fluenza del discorso, e perché no, l’essere divertenti. Gli anglosassoni in questo sono dei maestri. Loro hanno una vera tradizione “di scuola”, sin dall’università sono abituati ad esporre le loro idee ed ad essere sottoposti a critiche.
Di sicuro ci fa perdere immediatamente interesse è una serie di “slide” farcite di testo. Pensate ad un piano d’azione lanciato ad un gruppo di venditori. Non è possibile decodificare tantissimo testo o numeri in pochi istanti, magari aiuta chi presenta, ma di sicuro chi ascolta perderà la maggior parte dei contenuti.
È vero che l’aula si impara a gestirla, come dice Christophe Accadia, scientific manager di Eumetsat, con il famoso metodo “Colosseo”: andando nell’arena, imparando dai propri errori. Comunque prepararsi al meglio è fondamentale e dà molta sicurezza aiutando ad affrontate l’ansia della platea in attesa.
La glossofobia, la paura del parlare in pubblico, coglie a fasi alterne il 70% delle persone; entrano in ballo anche sensazioni primordiali, come l’essere soli davanti a tante persone che attendono. Qui può aiutare il pensiero di trovarsi davanti ad una platea di amici. Il buon conferenziere si accorge se la gente la segue o si annoia. In aula occorre avere una “situation awareness”, essere coscienti degli sguardi, delle posture poiché le persone comunicano anche con il corpo il loro interesse o meno.
Prendiamo lezioni per migliorare il nostro rovescio a tennis, ma poi trascuriamo l’arte di ottenere il consenso. Un manager che comunichi in maniera efficiente risparmierà molto tempo. Ma l’ingrediente di base è aver qualcosa da comunicare! Come diceva Socrate: possiedi gli argomenti, le parole seguiranno. Ma un aiuto a volte non guasta, specialmente per chi non è naturalmente portato. Leonardo Frontani
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Novembre 2, 2007 at 11:10 am
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