È probabile che l’impatto emozionale delle parole di un politico oggi sia l’elemento preponderante in un comunicazione convincente. Centrare temi e problemi è opportuno, ma da lì a dire che si spostano masse o capovolgono tendenze con il dotto linguaggio del mestiere della politica, ce ne corre. L’oratore politico spesso non si prepara.

Rimane per lui inutile condividere con un trainer specializzato le componenti creative della sua comunicazione; si preoccupa troppo spesso che la maggior parte dei temi indicati corrispondano, anche indipendentemente dalle soluzioni proposte, al sentimento della gente. Di certo ne emerge un dato realistico: quando i politici parlano dobbiamo impegnarci per ascoltare con interesse; francamente, visto che il successo de loro mestiere è prevalentemente legato alla capacità di ottenere il consenso, ci sembra piuttosto risibile questa lontananza dallo studio della comunicazione come arte e come scienza. Le nuove generazioni di politici studiano la comunicazione e le sue regole e soprattutto si esercitano a gestire l’aula, qualità che esalta i contenuti della comunicazione.

Il percorso formativo che tende ad affrontare le problematiche connesse a questo tema, si sviluppa analizzando i punti di forza e di debolezza di un oratore. Spesso, come formatori, ci viene chiesto un contributo nel tentativo di eliminare influenze dialettali o difetti di pronuncia. Non crediamo sia questo d’importanza basilare. Un po’ di accento e una parlata teatralizzata può contribuire a far ricordare l’oratore e a caratterizzarlo. Insomma, Antonio Di Pietro potrebbe migliorare molto, ma anche così si fa ascoltare e ha un seguito interessato alle sue esternazioni. In definitiva crediamo che esistano opportunità di migliorare, purché i corsi di formazione su questo argomento, si facciamo veramente interattivi e perché no anche un po’ specialistici a seconda delle esigenze dell’oratore. Leonardo Frontani

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